Settimane bianche

Studi confermano ciò che Messner dice da 50 anni: lo yeti è un orso, non una scimmia

Si è forse scritta la parola fine al mito dell’abominevole uomo delle nevi, lo yeti della catena himalayana dalle sembianze ominidi, ma ricoperto di una folta pelliccia per resistere alle temperature glaciali tra le più alte vette del mondo.

Secondo uno scienziato che ha analizzato il DNA di un ciuffo di peli trovati sulle nevi del Bhutan e in altre zone del Tibet  lo yeti sarebbe “solamente” un orso, magari più grande del normale, magari più irascibile dei timidoni che vivono in altre parti del globo, e magari più atletico. Ma niente di più. Certo, non è detto che i peli trovati da appartengano allo yeti raccontato da scalatori e sherpa: gli amanti dei misteri, per certi versi, possono legittimamente credere che l’omone peloso esista ancora. Infondo quei peli ghiacciati raccontano di un orso quasi preistorico che visse almeno 1200 anni fa, frutto di un incrocio tra un orso polare e un orso bruno. Da qui si spiegherebbe la dimensione e il colore del manto.

Lo scienziato di Oxford ha confrontato i peli preistorici con quelli altrettanto antichi delle isole norvegesi, trovando la medesima impronta genetica.

Lo ha sempre detto anche Reinhold Messner in più di una occasione: lo yeti è solamente un orso. Pare che negli Anni ’80 il Re degli Ottomila lo avesse anche visto degli orsi del genere, raccontando l’accaduto, fino ad un vero e proprio studio decennale non certo biologico, ma sociologico e antropologico, a partire dai miti dei locali. La sua conclusione era stata proprio quella di un orso leggendario, non di un ominide parente di una scimmia. Ma il mito dello yeti è troppo bella per essere smontata, come tante altre storie di animali fantastici che popolano i luoghi più incontaminati della Terra, tra verità e immaginazione.

Per i tibetani e i nepalesi lo yeti è l’orco delle nostre favole, il mostro che fa paura, il diavolo o lo spirito maligno ancestrale. In alcuni monasteri sono conservati come reliquie religiose, resti di crani e carcasse di animali sconosciuti, che dicono siano appartenute a yeti.

Gli scienziati sono ovviamente più cauti e ipotizzano che l’orso himalayano sia (o sia stato) molto aggressivo e più abituato a camminare sulle due zampe, per necessità o per conformazione.

Fin dalla conquista dell’Everest da parte degli europei si parla degli yeti, grazie a foto e racconti di orme gigantesche mai viste prima d’ora e che facevano pensare ad un ominide smisurato.

Nonostante la testimonianza di alpinisti esperti e i risultati degli scienziati, il mito resta più o meno intatto, per chi si ostina a credere nel mostro dei ghiacci.

Foto Stefan Nimmesgern per Messner Museum